L’AUTOMOBILISTA CHE VIENE TROVATO POSITIVO ALL’ASSUNZIONE DI SOSTANZA STUPEFACENTE, NON È SEMPRE PUNIBILE.

L’ACCERTAMENTO POSITIVO DELL’ASSUNZIONE DI SOSTANZA STUPEFACENTE DEL GUIDATORE, NON COMPORTA AUTOMATICAMENTE LA VIOLAZIONE DI CUI ALL’ART. 187 C.D.S.

È frequente, soprattutto nei giovani, mettersi alla guida di un’autovettura senza considerare le conseguenze delle proprie abitudini di vita o dei risvolti di una serata – poco ordinaria – tra amici.
Ciò comporta che, di fronte ad un controllo da parte delle Forze dell’Ordine, molti automobilisti si vedano contestare il c.d. reato di guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti.

Tale condotta integra una fattispecie penalmente rilevante ai sensi dell’art. 187 Codice della Strada che punisce chiunque guida in stato di alterazione psico-fisica dopo aver assunto sostanze stupefacenti o psicotrope con l’ammenda da euro 1.500 a euro 6.000 e l’arresto da sei mesi ad un anno. All’accertamento del reato consegue in ogni caso la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a due anni.

Non tutti sanno, però, che il riscontro positivo degli accertamenti sanitari all’uso di sostanza stupefacente, non comporta automaticamente la responsabilità penale dell’automobilista, che potrebbe comunque essere innocente.

Infatti, per far sì che vi sia la corretta integrazione della fattispecie delittuosa non è bastevole il dato positivo degli esami clinici, ma occorre la ricorrenza e concordanza di ulteriori elementi di riscontro, necessari per raggiungere la prova della penale responsabilità dell’indagato.

In tal senso, basti dire che per la corretta contestazione del reato di guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, non è sufficiente che l’agente si sia posto alla guida del veicolo dopo aver assunto droghe, ma è necessario che egli abbia guidato in uno stato di alterazione derivante da tale assunzione.

La Suprema Corte di Cassazione ha più volte affermato che il reato di guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti non è integrato dalla mera condotta di guida da parte di colui che in precedenza abbia assunto sostanza stupefacente, risultando invece costituito dalla guida in stato di alterazione psico-fisica derivante dall’assunzione di simili sostanze: ciò richiede non soltanto l’accertamento del dato storico dell’avvenuto uso di esse, ma anche quello dell’influenza sulle condizioni psico-fisiche dell’assuntore durante il tempo della guida del veicolo. Tra le ultime Corte di Cassazione sez. IV Penale, sentenza 6 – 20 marzo 2019, n. 12409.

In altre parole, il reato punito dalla legge non consiste nel mettersi alla guida dopo aver assunto della sostanza stupefacente, ma nel condurre il veicolo sotto l’effetto dell’alterazione psico-fisica che ne deriva.

Ne consegue che, anche qualora gli esami clinici rilevino traccia dell’uso di sostanze stupefacenti, la colpevolezza discende dalla prova che queste abbiano comportato, al momento dell’accertamento, uno stato di alterazione psico-fisica.

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Qualora gli Agenti, nel corso del giudizio, non diano testimonianza di sintomi di alterazione al momento del controllo, il solo esame clinico non è sufficiente al raggiungimento della prova di colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, per cui l’imputato andrà assolto dalla contestazione in esame.

La ratio interpretativa è legata alla correlazione tra il momento dell’assunzione e la permanenza della sostanza nell’organismo dell’assuntore. Ad esempio, dopo l’assunzione di cannabinoidi, la durata degli effetti varia dalle 3 alle 5 ore circa.
Ciò nonostante, la cannabis resta nelle urine da 7 a 30 giorni, nei capelli per 90 giorni e nel sangue per 14 giorni.

Ne deriva che, a seguito di un accertamento delle Forze dell’Ordine, l’imputato risulterà positivo all’assunzione di sostanza stupefacente, ma non per forza responsabile di essersi messo alla guida di un’autovettura in stato di alterazione psico-fisica.

In conclusione, potendo riassumere quanto sin qui esposto, si può chiosare affermando che la contestazione di guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti ai sensi dell’art. 187 C.d.S., a seguito del positivo riscontro di esami clinici effettuati, non comporta una responsabilità dell’indagato finché non si fornisce la prova, oltre ogni ragionevole dubbio, che vi sia stato uno stato di alterazione psico-fisica derivante da tale assunzione al momento dell’accertamento da parte degli agenti operanti.

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